La curiale amalfitana segno di civiltà

Quando gli Amalfitani scrissero nella Storia “a modo loro” 

La curiale amalfitana segno di civiltà

La forza di una civiltà e della sua originalità si misura anche attraverso la capacità di consegnare invenzioni alla Storia.

Per la civiltà amalfitana le invenzioni sono molte e tutte note e dibattute, dalla bussola al primato della carta.

Tra queste non dimentichiamo la scrittura. 

Archivio Storico Arcidiocesano di Amalfi “Ercolano Marini”, 
pergamena n. 1 (370), 15 marzo 1002, particolare  

Nella complessità della cultura scritta del Mezzogiorno alto-medievale, aperto alla confluenza di civiltà diverse tra loro, compresenti in una rete di sottili e preziose contaminazioni, Amalfi ha infatti creato una sua scrittura originale: la curiale (o curialisca) amalfitana

E’ noto che la civiltà amalfitana ha tutelato e conservato il diritto romano nel passaggio dal mondo tardo antico al Medioevo. Lo strumento attraverso il quale si è concretizzata questa tutela, che è stata anche trasmissione di procedure e di forme di comunicazione ed interazione per certi versi sopravvissute ancora oggi nella mentalità prima e nelle azioni concrete anche, è stato la scrittura.

Se conosciamo ancora poco della scrittura libraria amalfitana e dei livelli di alfabetizzazione della società medievale amalfitana, tracciati nelle scritture usuali ed elementari di base, la scrittura documentaria curiale è pervenuta a noi negli atti originali che si sono salvati dalla devastazione e dall’incuria del tempo e degli uomini.

La curiale amalfitana nasce per tutelare la “civiltà del diritto”, ma è anche segno originale di civiltà locale.  

E’ derivata dalla scrittura “minuscola corsiva o corsiva nuova romana”, che era stata usata dai Romani per gli atti amministrativi e progressivamente anche per la corrispondenza e per i testi di carattere privato.

Frammento di minuscola corsiva nuova romana
Ha un suo andamento inconfondibile e tipico, pur presentando elementi grafici in comune con le scritture alto-medievali coeve adoperate a Napoli, Gaeta,
Sorrento.
Differisce notevolmente dalla scrittura medievale amalfitana di uso comune.
Sottoscrizioni ad un contratto di colonia databile intorno al 1084.
E’ chiaramente visibile la differenza grafica tra la curiale amalfitana in alto
e le scritture usate per firmare dai sottoscrittori.

Le più antiche attestazioni documentarie redatte in curiale amalfitana ad Amalfi delle quali abbiamo notizia risalgono alla seconda metà del secolo IX: una compravendita del 12 gennaio 860, una permuta del 12 gennaio 875 ed una compravendita del 10 marzo 883.

Il documento o instrumentum amalfitano aveva una sua struttura, la cui originalità si discosta dal modello napoletano e si coglie in particolare nella grafia, nel formulario e nella datazione.

Archivio Storico Arcidiocesano
di Amalfi “Ercolano Marini”,
pergamena n. 1 (370), 15 marzo 1002
 
Le parole sono generalmente staccate le une dalle altre e spesso anche le lettere, la vocale a ricorda l’omega greco, la materia scrittoria preferita è la pergamena.

Si iniziava con l’invocazione divina simbolica o verbale In nomine domini Dei Salvatoris nostri Iesu Christi, a cui seguivano l’anno e l’indicazione cronologica con gli anni del supremo magistrato della Repubblica, del duca, del sovrano, il giorno, il mese e l’indizione (data topica).

Lo stile usato per l’indizione era sempre  quello bizantino, con inizio al 1° settembre, da cui, come è noto, discende l’attuale manifestazione del Capodanno bizantino.


La redazione dei documenti amalfitani in curiale era esercitata dai curiales, un collegium alquanto “misterioso”, che sapeva scrivere atti ed era in possesso delle norme del diritto consuetudinario e del formulario tratto dal diritto giustinianeo, nonchè delle procedure delle Curie romane come erano sopravvissute nei centri dell’impero d’Oriente. 

La denominazione curialis appare nei documenti, più precisamente, nel 1058-1068 e ricompare sotto il libero ducato di Marino Pansebaste (1096-1100).

Ad Amalfi una Curia esisteva presumibilmente dal secolo IX, non era derivata da un’antica Curia locale preesistente (Amalfi non risulta essere stato municipio romano), era nata per libera istituzione nel periodo di indipendenza politica e commerciale e si era costituita intorno ai prefetti prima ed ai duchi poi.

Insomma, Amalfi si diede un ufficio adatto ed una scrittura propria originale e “sacrale” per poter produrre gli atti legali che le crescenti attività commerciali e sociali richiedevano.

Del valore del documento scritto e dell’importanza che nella società avevano coloro che sapevano scrivere e redigere atti gli Amalfitani antichi erano ben consci.

Non è infatti un caso quanto è scritto nelle Consuetudines civitatis Amalfie, tra i documenti preziosi della storia e dell’identità della nostra Città:

 Considerans igitur Amalfitanorum probitas bonas consuetudines esse legibus sanctiores, et quod plures consuetudines et optime fuerunt Amalfie ab antiquo […] 

Considerando dunque la diligenza degli Amalfitani che le buone consuetudini sono più giuste delle leggi e che numerose consuetudini e ottime esistevano in Amalfi sin dai tempi antichi […]”.

Particolare del manoscritto Camera contenente il testo delle Consuetudines civitatis Amalfie

 Su questo vale forse la pena riflettere, magari raccordando la testimonianza del passato al presente.

Con l’avvento dei Normanni il documento amalfitano inevitabilmente si trasformò sotto la forte spinta della nuova realtà politica ed economica.

Nella Curia si inserì la figura dello stratigoto, assistito dai iudices e dagli boni homines. Poi nel secolo XIII, nel 1236 precisamente nei documenti ad oggi pervenuti, fece capolino nella documentazione  la figura del publicus notarius.

Il curiale, che cominciava a farsi chiamare anche notarius, progressivamente scomparve, mentre sul piano grafico la curiale divenne sempre più oscura ed enigmatica, sino a cedere spazio alla minuscola rotonda, gotica e cancelleresca.

La resistenza della curiale amalfitana fu, tuttavia, leggendaria.

L’imperatore Federico II, nel 1220, ordinò l’abolizione dei curiali e della scrittura curiale amalfitana con la costituzione De instrumentis conficiendis per curiales (Gli atti che devono essere redatti da curiali), ma un secolo dopo l’originale scrittura amalfitana ancora resiste, se, proprio su richiesta dei curiali amalfitani, re Roberto d’Angiò confermò l’antica consuetudine con atto del 5 novembre 1315.

Il provvedimento del sovrano non salvò i curiali amalfitani dalla progressiva decadenza, che dalla disamina degli atti di archivio compare come stabile e definitiva – anche graficamente – solo a partire dal secolo XVI, quando in tutto il territorio meridionale - e dunque ad Amalfi - si era ormai affermato l’instrumentum notarile.

Non solo Amalfi inventò la “sua” scrittura curiale (ancora oggi temibile per chi si accinga a decifrarla negli atti originali d’archivio!).

Anche Ravello elaborò una sua diversa tipizzazione: la curiale ravellese.

Questa diversità è anch’essa segno nella Storia dell’originalità (e complessità pluralistica e polimorfa, nonché della vivacità e dell’acume intellettivo) del territorio della Costa d’Amalfi.

Anche su questo occorrerebbe forse riflettere.

Due nostre città, che hanno segnato con i loro caratteri originali il Medioevo occidentale ed il Mediterraneo tutto, ci inducono a meditare sulla forza della scrittura, in un tempo in cui illustri pedagogisti, neuroscienziati ed umili maestri ed insegnanti sollecitano una rinnovata e concreta riflessione sull’urgenza di trasmettere alle nuove generazioni il valore (ed il fascino) della “scrittura a mano”.

E’ un dato di fatto che tra i bambini e gli adolescenti il corsivo ceda sempre più il posto agli smartphone ed allo stampatello, nonostante «la scrittura a mano, a differenza della scrittura su tastiera, coinvolge e mette in relazione più parti del cervello, stimola la memoria, aiuta a sviluppare le capacità percettive e di organizzazione del pensiero».

Al tempo del COVID19, varrebbe la pena considerare non meno importante nella discussione sul futuro della formazione e dell’educazione dei nostri giovani il tema del rapporto scrittura corsiva/apprendimento/sviluppo del bambino/effetti dell’uso preponderante della tecnica.

Senza l’invenzione della scrittura avremmo mai conosciuto il sorgere e il tramontare di intere civiltà?

Saremmo mai venuti a conoscenza di capolavori della civiltà?

Potremmo mai immaginare un mondo civile senza scrittura?

Credo sia impossibile.

L’ uomo scrive da millenni ormai.

Molte scritture ha inventato nel procedere della storia.

Molte ne ha modificato, adattandole via via alle proprie esigenze linguistiche, culturali, sociali e letterarie.


Civiltà significative, come quella straordinariamente elaborata dai nostri Padri, hanno creato un proprio codice scrittorio, con i suoi segni sacrali, simbolici, anche enigmatici ed elitari, ma pur sempre “documento di civiltà” per i posteri.

Forse varrebbe la pena convincersi che la scrittura è davvero importante, insieme alla mente che la crea ed alla mano che la produce, a partire da quella innocente dei nostri bambini, che attende di apprenderne avidamente i misteri per farla propria ed unica, facendosi guidare, mano sulla mano, dalla mano del suo umile ed insostituibile maestro (o maestra).


Auguriamoci e sforziamoci di far sì che non scivolino via nell’oblio (anche genetico) questi gesti, che sono di base per la civiltà futura.

 

Giuseppina Severino

Docente di Materie letterarie e latino

presso l’istituto “marini-gioia” di amalfi

 

Pubblicato il 31 agosto 2020 su https://amalfinotizie.it/la-curiale-segno-di-civilta-quando-gli-amalfitani-scrissero-nella-storia-a-modo-loro/


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Per approfondire:

Archivio Storico Arcidiocesano di Amalfi, pergamene sec. XI

Archivio vescovile di Ravello, pergamene sec. XI

 M. Camera, Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi, I, Salerno 1876

R. Filangieri, La “charta” amalfitana, in Gli archivi italiani, VI (1919), pp. 35-47 e 133-162

Id., I “curiales” di Amalfi, in Bollettino del bibliofilo, II (1920), pp. 277-287

Id., Scritti di paleografia e diplomatica, di archivistica e di erudizione, Roma 1970 (Ministero dell’Interno. Pubblicazioni degli Archivi di Stato, LXIX), pp. 1-48 e 49-62

R. Brentano, The Archiepiscopal Archives at Amalfi, in Manuscripta, IV (1960), pp. 98 e ssg.

Le pergamene degli archivi vescovili di Amalfi e Ravello, a cura di J. Mazzoleni, Napoli 1972, I

Le pergamene dell’archivio arcivescovile di Amalfi, a cura di L. Pescatore, IV, Napoli 1979

Le pergamene dell’archivio arcivescovile di Amalfi. Regesto, a cura di R. Orefice, VI, Napoli 1981

U.Schwarz, Regesta Amalfitana. Die älteren Urkunden Amalfis in ihrer überlieferung, I, in Quellen und Forschungen aus Italienischen Archiven und Bibliotheken, 58 (1978), pp. 2-10

Consuetudines civitatis Amalfie, a cura di A. De Leone-A. Piccirillo, con prefazione di A. Guarino, Cava de’ Tirreni ed. Di Mauro 1970

G. Imperato, Amalfi – Archivio arcivescovile, in Guida alla storia di Salerno e della sua provincia, a cura di A. Leone – G. Vitolo, Salerno 1985

G. Imperato, Amalfi nella storia religiosa e civile dalle origini al XVII secolo, Amalfi 1987

A. Petrucci, Breve storia della scrittura latina  Roma 1989

A. Pratesi, Spunti per una diplomatica della “charta amalfitana”, in Documenti e realtà nel Mezzogiorno italiano in età medioevale e moderna (Atti delle Giornate di Studio in memoria di Jole Mazzoleni, Amalfi 10-12 dicembre 1993), Amalfi 1995, pp. pp. 39-54

G. Severino, Le antiche carte dell’Archivio Arcivescovile di Amalfi: un patrimonio da salvaguardare, in “Rassegna del centro di Cultura e Storia Amalfitana”, XI (1991), n.s. 2, pp. 87-161

Ead., L’Archivio della Curia Arcivescovile di Amalfi e le sue carte, in Documenti e realtà nel Mezzogiorno italiano in età medioevale e moderna cit., pp. 223-32

Ead., I “manoscritti Camera”: primi esiti archivistici, in Fonti documentarie “amalfitane” conservate negli archivi e  biblioteche dell’Italia centro-meridionale. Prospettive di studio e chiavi di lettura (Atti del Convegno di studi in memoria di Catello Salvati, Amalfi 24-26 ottobre 2002), a cura di M. Cobalto-S. Ferraro, Amalfi 2007, pp. 65-87

S. D’Amato, Archivio diocesano di Amalfi, in Guida agli Archivi diocesani d’Italia, a cura di V. Monachino- E. Boaga-L- Osbat-S. Palese, in Archiva Ecclesiae, XXXII-XXXIII (1989-1990), pp. 58-60

Id., I “manoscritti Camera” un insperato recupero, in Fonti documentarie “amalfitane” conservate negli archivi e biblioteche dell’Italia centro-meridionale. Prospettive di studio e chiavi di lettura, pp. 65-87

 

 

 

 

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