Calma il mare
procelloso
Enigmi del mare d’Amalfi
In questi tempi di libeccio che volge a maestrale o tramontana ogni Amalfitano guarda attentamente la Rosa dei Venti, non senza aver rivolto lo sguardo – sempre più spesso oggi anche il click della fotocamera - dalla punta dell’Hotel Luna sino alla Marina Grande ed al Lido delle Sirene per catturare il moto ribelle delle onde che rotolano imperiose verso la città o si avvolgono verticali e dominanti sin sul rione S. Antonio.
Il prezioso manoscritto Litem in causa vertente in reverenda Curia archiepiscopali Amalphitana inter beneficiatos venerabilis ecclesiae S. Mariae Annunciatae de Baglienola
Il
prezioso manoscritto è un processo civile del 1557, conservato presso
l’Archivio Storico Diocesano “Ercolano Marini” di Amalfi.
Cosa era successo?
Quali
erano le chiese sommerse dal procelloso mare d’Amalfi?
La chiesa della SS. Annunciata di
Manganello o di Vagliendola di Amalfi
Nel foglio iniziale del processo e nella parte finale dello stesso si legge che i due preti Giovanni de Anchora e Ludovico Gambardella erano beneficiari della venerabile chiesa di S. Maria Annunziata de Manganello seu de Baglienulo (di Manganello o di Vagliendola).
Nel testo si parla quindi chiaramente della medesima chiesa, anche se riferita a due luoghi diversi e distanti tra loro quale Manganello, attuale piazza Municipio ad est, e Vagliendola ad ovest di Amalfi.
Lo storico Matteo Camera riferisce invece che fossero esistite in Amalfi due distinte chiese dedicate alla SS. Annunciata, una in località Manganello e l’altra a Vagliendola, oltre una cappella con la medesima intitolazione nella Cattedrale di Amalfi. Quella situata in località Manganello “era dirimpetto alla chiesa di S. Demetrio, al piano del larghetto Campolillo (anticamente detto Manganello) e dopo essere stata riedificata nel 1348 fu consacrata il 5 marzo 1480 da don Matteo de Dote vescovo di Scala”.
Cosa
ci dicono le antiche carte a proposito?
Nel Codice
Perris un documento del 1349 ci riporta che la chiesa di S. Maria
Annunciata de novo construitur (si costruisce di nuovo) in via
Manganelli Amalfie, forse perché era stata presumibilmente distrutta al
tempo della terribile mareggiata del 1343 raccontata dal poeta Francesco Petrarca
nelle Familiares.
Da
un’annotazione tergale ad una pergamena del 1364 conservata presso l’archivio
arcivescovile di Amalfi ed edita in forma di regesto veniamo a conoscenza che
la chiesa di S. Maria Annunciata de Ballenulo possedeva beni in località
a la Ripa a Praiano. Sono gli stessi beni citati nel processo del 1557 e
rivendicati dai due presbiteri, i quali sostengono che erano stati
illecitamente sottratti alla chiesa da loro retta dopo la distruzione della
chiesa a causa del mare, in un momento di rettoria vacante e di comprensibile
smarrimento a causa dell’accaduto.
Per
ragionevole deduzione, dunque, la chiesa di S. Maria Annunciata di Vagliendola
fu distrutta dal mare forse nel 1343 ed era certamente in costruzione
nuovamente e con la stessa intitolazione “in un luogo più sicuro all’interno
della città”, come dicono i testimoni, ovvero in via Manganello-Piazza Municipio
attuale.
Gli
Amalfitani non dispersero la memoria della chiesa dell’Annunciata di
Vagliendola e la sottrassero alla furia del mare, riedificando la chiesa con la
medesima intitolazione nel 1348 e consacrandola nel 1480 – stando alla notizia
del Camera - lì dove ancora oggi ne perpetuiamo il culto, in piazza Municipio,
al piano di largo Campolillo, anticamente detto Manganello.
Dunque, i testi riferiscono la verità sulla venerabile chiesa di S. Maria Annunziata de Manganello seu de Baglienulo di Amalfi.
La chiesa di S. Maria de Turri (o S. Maria ad Mare o S. Maria de la Retonda)
In Amalfi molte erano le chiese (e le cappelle) intitolate al culto della Madre di Cristo. Tra queste vi era la chiesa di S. Maria de Turri. Era tra le chiese tenute a partecipare alla solenne celebrazione della Traslazione del Corpo di S. Andrea da Costantinopoli ad Amalfi, allorquando l’8 maggio, per disposizione dell’arcivescovo Filippo Augustariccio, nove chiese preparavano un albero da portare in solenne processione. Le chiese tenute a partecipare erano: S. Giacomo de Arsina, SS. Quaranta Martiri, S. Stefano, S. Maria de Sandala, S. Angelo de intus muros, S. Lorenzo del Piano, S. Maria Maggiore, S. Simone ed appunto S. Maria de Turri.
La
ricostruzione comparata delle fonti ha lasciato emergere che S. Maria de
Turri fu distrutta dal mare certamente dopo il 1415 e che all’epoca del
processo del 1557 essa era completamente sommersa.
Non
solo.
Essa
era presente nella memoria locale con l’ulteriore denominazione di S. Maria ad
mare e di S. Maria de la Retonda.
Vediamo
perché.
Nel
processo del 1557 il testimone Bartolomeo Pisano riferisce che dintro
mare antiquamente vi era construtta una ecclesia sub vocabulo Santa Maria
ad mare, la quale poi dall’onde et tempesta del mare fu conquassata et deietta
et al presente jace in mare del tutto et che per detta ecclesia de Sancta Maria
ad mare donno Matteo Franzese è tenuto ogni anno nella translazione del
glorioso Apostolo Santo Andrea fare l’arbore come sono tenute le altre ecclesie
de Amalphie.
L’analisi
del manoscritto Bullarium ab anno 1525, contenente le bolle
arcivescovili a partire dal 1525, ci
risolve l’enigma: con bolla arcivescovile dell’8 maggio 1529il prete Matteo
Franzese fu insignito con bolla arcivescovile dell’8 maggio 1529 della rettoria
della chiesa di S. Maria de Turri, que nunc est in mari (che
ora è in mare), con l’obbligo fra l’altro di fare l’albero per l’8 maggio.
Non solo il teste Bartolomeo Pisano aveva dichiarato il vero, ma a quel tempo
la chiesa di S. Maria de Turri era sommersa (almeno dal 1525!), i suoi
resti dovevano essere ancora ben visibili sott’acqua e facilmente essa poté
essere definita dal popolo anche come S. Maria ad Mare. In pratica, S.
Maria ad Mare e S. Maria de Turri erano la stessa chiesa.
La
chiesa di S. Maria de Turri, dopo essere stata distrutta dal mare, non
fu ricostruita sulla terraferma e continuò ad esistere solo come beneficio,
rimanendo viva nella memoria collettiva col nome di S. Maria ad mare.
Ma c’è di più.
Un
altro teste, Francesco de Riccardis, afferma di sapere che tra le chiese
sommerse dal mare ve ne era una chiamata S. Maria de la Retonda.
Come
scrisse il compianto prof. Robert Bergman in un suo articolo sulla realtà o
meno dell’esistenza di un’Amalfi sommersa, il termine “retonda” poteva indicare
una costruzione di forma cilindrica, una torre insomma, simile a quella ancora
oggi visibile sull’abitato di Amalfi e nota come “torre dello ziro”.
Probabilmente
questa chiesa faceva parte della cinta muraria che difendeva la città dalla
parte del mare. Nel Codice Perris un documento del 1278 riporta che
nello stesso luogo in cui si trovava la chiesa vi era una porta cittadina detta
porta de Turri.
Una
pergamena del 1221 riferisce che presso la chiesa di S. Maria de Turri
si trovavano due platee: la campsorum e la carnium et piscium.
Tutta questa zona era stata sconvolta dal mare.
Dunque,
la chiesa di S. Maria de Turri era nota anche come chiesa di S. Maria de la Retonda.
Ci
resta un ultimo enigma da sciogliere: “Possiamo sapere quando fu distrutta dal
mare la chiesa di S. Maria de Turri o ad Mare o de la Retonda?”.
La
Visita Pastorale del 1449 riporta la notizia che “ecclesia sancte Marie de la Torri est
distructa propter tempestatem maris (la chiesa di S. Maria de la Torre fu
distrutta a causa di una tempesta del mare)”.
Alla
stessa era stato destinato un censo, come si legge in una pergamena del 1415.
Esisteva dunque - forse già solo come beneficio (?) – nel 1415, era stata
distrutta certamente dal mare nel 1449 e nel Cinquecento era ormai sommersa,
come raccontano i testimoni nel processo e come si legge anche nella Platea di
mons. D’Anna, redatta nel secolo XVI, in cui viene scritto “Sancta Maria di
Torre entro mare sommersa”.
Il
mare di Amalfi continuò il suo lavorio sino al tempo del Camera, il quale
riferisce che i resti della chiesa di S. Maria ad Mare si trovavano in
mare al suo tempo alla profondità di metri 4,70.
La memoria degli Amalfitani però non era stata affatto cancellata e distrutta dal mare.
La chiesa di S. Maria de Sandala e la cappella di S. Maria de Platea
Il
Camera identificò S. Maria ad mare anche con S. Maria de Sandala,
che però, secondo quanto si legge nelle Visite pastorali dei secoli XV e XVI
era visibile sulla terraferma e non venne distrutta o sommersa dal mare.
Esploriamo
le antiche carte e troveremo le risposte.
In
una pergamena del 1264 la chiesa di S. Maria de Sandala era “constructa
et dedicata hic supra Amalfe supra porta de Sandala” ad oriente dell’Arsenale e
nei pressi del luogo detto Buczari. Essa si trovava “supra”, cioè era
elevata e questo dato viene confermato dal fatto che vi erano scale, per
quas ascenditur et descenditur ad ecclesiam (per le quali si sale e si
scende alla chiesa).
Fu regolarmente
visitata nel 1449 e la Visita pastorale di mons. Tiberio Crispo del 1550
conferma che era costruita super platea Amalfie (sulla piazza di Amalfi),
dunque in una posizione tale da farci ipotizzare la presenza di una scala
d’accesso.
Nello
stesso giorno, l’arcivescovo Tiberio Crispo visita anche la chiesa o cappella
di S. Maria de piacza “super januam parvam maritimam”, indicata anche nella
Platea di mons. D’Anna come S. Maria sopra la Porta. In quegli anni il
mare in tempesta arrivava facilmente a questa chiesetta, dato che nella Platea
si legge che “se n’ha da celebrar una messa … e quando per il mal tempo di mare
non si potesse ivi celebrare s’habbia a celebrare nell’altare di casa Stoppa”.
Anche
nella Visita di mons. Carlo Montilio del 1574 sono visitate distintamente la
chiesa di S. Maria de Sandala e la chiesetta di S. Maria de Platea.
Un
ulteriore documento, ovvero il Decreto di profanazione della chiesa della
Sandala presso Palazzo Ducale del 16 novembre 1600 chiarisce che in quel tempo la chiesa di S. Maria de
Sandala fu profanata, perché era rovinata. Era ancora situata “super
supporticum maritimum … et super cappellam S. Marie de Platea existentem in
dicto supportico iuxta infrascriptos fines videlicet: ab uno latere iuxta
quasdam cameras coniunctas Palatio olim Ducali ipsius civitatis, ab alio latere
iuxta bona seu quasdam alias cameras que fuerunt quondam Diomedis de Afflicto
et ad presentem Iulii Boniti earum emptoris et super dogana ipsius civitatis,
ab alio latere mare versus et ab alio vero latere versus montes et alios
confines (al di sopra del supportico marittimo … e sopra la cappella di S.
Maria a Piazza che esiste in detto supportico presso i seguenti confini, ossia
da un lato vicino alcune camere congiunte al Palazzo un tempo Ducale di questa
città (d’Amalfi), da un altro lato presso i beni ossia alcune altre camere che
appartennero al fu Diomede d’Afflitto e al presente (sono di proprietà) di
Giulio Bonito compratore di quelle e sopra la Dogana di questa città,
dall’altro lato verso il mare e da un altro lato ancora verso i monti e altri
confini) ”.
A
quanto si deduce, dunque, la chiesa di S. Maria de Sandala si trovava sino
al Seicento al di sopra della chiesa di S. Maria de Platea. Le due chiese erano
molto vicine tra loro. Quella che era pericolosamente raggiungibile dal mare
era la chiesa-cappella di S. Maria de Platea.
Forse
nella memoria popolare erano identificate insieme, tanto che il teste Giovan
Nicola Crisconus, nel riferire che tra le chiese distrutte ed ingoiate dal mare
vi fosse la chiesa di S. Maria de Sandala, afferma di non essere troppo
sicuro di quel che dice.
La chiesa di S. Maria a Piazza ancora oggi esiste ed è nota anche come chiesetta di Porto Salvo.
La chiesa di S. Angelo Intramuros
Tre testimoni convergono sulla notizia che
anche la chiesa di S. Angelo Intramuros fu sommersa dal mare. Dicono la verità?
Una pergamena edita in forma di regesto
del 1414 riferisce che in via Manganello vi erano anche altre due chiese (oltre
quella dell’Annunciata): la chiesa di S. Angelo Intramuros dava il nome
alla parrocchia, quella di S. Demetrio alla contrada.
Nella Visita pastorale del 1449 la chiesa
di S. Angelo Intramuros viene trovata in maiori parte diruta,
tanto che l’arcivescovo dispone di ricostruirla ex novo in un altro luogo. La
chiesa di S. Demetrio era invece pienamente funzionante.
Nel 1550 la chiesa di S. Angelo Intramuros
non è stata ancora ricostruita e viene trovata plena terra mundiziis et aqua.
Nel 1557 i testi Francesco de Riccardis,
Giovan Nicola Grisconus e Giovan Tommaso de Iudice riferiscono che “molte ecclesie sono state
ruinate dallo mare et poi alcune de esse reedificate come l’ecclesia de Santo
Angelo Intramuros”.
Nel 1574 dalla visita pastorale
dell’arcivescovo Montilio ricaviamo che la chiesa di S. Angelo Intramuros
è stata ricostruita in piedi la Ruga sub domo Loysii de Bonito, mentre
la chiesa di San Demetrio è rimasta nel luogo originario in via Manganello,
dirimpetto la chiesa di S. Maria Annunciata. La stessa notizia è confermata
dalla Platea di mons. D’Anna Sancti Angeli olim dentro le mura hora in piedi
la Ruga e nel Bullarium ab anno 1525 “Sancti Angeli que alias fuerat
intra muros Amalphie, modo est sub domo Loysii de Bonito”.
Si deduce dunque che la chiesa di S.
Angelo Intramuros era originariamente in via Manganello-oggi piazza
Municipio, che nel 1449 per la maggior parte era distrutta presumibilmente per l’azione del mare come
riferiscono i testi ancora nel 1557 e che era ricostruita in piedi la strada
detta Rua-Ruga sicuramente nel 1574.
Anche di questa chiesa gli Amalfitani non perdono la memoria e la sottraggono alla violenza del mare così come all’oblio.
La chiesa di S. Maria de Comite Janni e la chiesa di S. Maria de Cappella di Atrani riedificate in Amalfi
Il
teste Giovan Tommaso de Judice riferisce che anco Santa Maria de
Comite Ianni de Atrano fu ruinata per il mare e reedificata et refatta nella
città de Amalphe.
E’
vero?
La
Platea di mons. D’Anna (databile al secolo XVI) ci dice che la chiesa venne “trasferita da Atrano in Amalfi”.
Nella
visita di mons. Crispo del 1550 l’arcivescovo visita la chiesa di S. Maria de Comite-Janne
in Amalfi.
Le
due fonti avvalorano la deposizione del teste circa la distruzione delle chiese
ad Atrani e la ricostruzione delle stesse in Amalfi. Tuttavia non fanno
riferimento al fatto che la distruzione sia stata provocata dal mare.
Dal
Camera sappiamo che ad Atrani ci furono due diversi sconvolgimenti, che
determinarono la rovina di chiese nel secolo XV: un violento terremoto nel 1401
e la violenza del mare.
La
visita pastorale del 1550 di mons. Crispo, giunta a noi completa ed in ottimo
stato di conservazione, scioglie i dubbi interpretativi sulla notizia fornita
dal Camera.
Il
21 marzo 1550 l’arcivescovo si recò ad Atrani nella zona detta lo Platamone.
Qui
l’abate Giovan Battista de Alaneo gli narrò come sotto quel luogo, nelle
acque del mare, si trovavano i resti di una cappella intitolata a S. Maria de
Cappella, della quale nihil in praesentiarum apparet (non si vede
nulla nel presente) e che così era già da molto tempo. A sostegno della sua
affermazione l’abate aggiunse che tutto questo non solo l’aveva sentito dire
dai suoi antecessori e ab antiquis hominibus, ma l’aveva anche letto in
libris visitationum antiquis. La sua dichiarazione è veritiera. Infatti,
nella visita pastorale del 1449 la chiesa di S. Maria de Cappella di Atrani fu
vista dall’arcivescovo “dissolutam propter tempestatem maris”.
Distrutta
dal mare nel 1449, nel 1550 era stata ormai sommersa dallo stesso.
Nelle
visite pastorali non vi sono analoghe testimonianze relative alla sommersione a
causa della tempesta del mare della chiesa di S. Maria de Comite Janni. Probabilmente essa fu disfatta dal terremoto
del 1401, come ebbe a scrivere il Camera, e per questo ricostruita in Amalfi.
Il
teste Giovan Tommaso de Iudice, unico a dichiararla ruinata dal mare,
probabilmente incorse in un equivoco dovuto alla tipica confusione di fatti e
circostanze quando si tramandano oralmente eventi viciniori con effetti comuni
e medesima intitolazione a S. Maria.
Quasi
due secoli di storia ed il fatto che le chiese fossero entrambe intitolate a S.
Maria possono essere ragioni sufficienti perché nella memoria popolare si
sovrapponessero le vicende.
Sta di fatto che il mare espresse la sua potenza anche ad Atrani.
Cosa
ci insegna il passato?
Nel corso dei secoli il nostro litorale è stato flagellato da numerose tempeste che ne hanno modificato sensibilmente l’andamento, hanno provocato danni gravissimi alle strutture murarie e portuali antiche ed agli edifici posti sulla terraferma, in particolar modo alle chiese.
Ancora oggi noi ricordiamo almeno tre forti mareggiate, tra le quali quella violenta del 1987.
Tuttavia,
i nostri Padri ricostruirono e riedificarono con tenacia, senza perdere la
speranza e senza perdere la memoria, ad imperitura testimonianza di fede.
Tanto
ancora ci insegnano i nostri Padri in questo tempo ipertecnologico di distanziamento e di
deprivazione sociale.








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