Calma il mare procelloso

Enigmi del mare d’Amalfi


In questi tempi di libeccio che volge a maestrale o tramontana ogni Amalfitano guarda attentamente la Rosa dei Venti, non senza aver rivolto lo sguardo – sempre più spesso oggi anche il click della fotocamera - dalla punta dell’Hotel Luna sino alla Marina Grande ed al Lido delle Sirene per catturare il moto ribelle delle onde che rotolano imperiose verso la città o si avvolgono verticali e dominanti sin sul rione S. Antonio.

Foto di Salvatore D'Amato - 28 dicembre 2020
E’ una potenza della Natura che ha lasciato spesso ferito il litorale.
E’ uno spettacolo sublime che si ripete nel Tempo.
Almeno una volta nella sua vita ogni Amalfitano si è soffermato a contemplare la
possanza del mare di Amalfi nel mentre riecheggiano nella memoria individuale le note
dell’inno “Calma il mare procelloso”, dedicato al Santo Protettore Andrea, che aveva sperimentato l’umore del mare amalfitano venendo da Costantinopoli alla sua Amalfi nel 1208 e che aveva piegato l’arroganza del Turco Ariadeno Barbarossa proprio con una tempesta di mare.
Ogni Amalfitano sa che il suo mare non è “un mare qualsiasi”.
E’ un mare che nasconde enigmi, tesori, memorie.
Il recente ritrovamento di reperti archeologici (leggi l’articolo di Maria Abate: https://www.amalfinews.it/it/storia-e-storie-19/amalfi-rinvenuti-in-mare-reperti-archeologici-di-15805/article?fbclid), dei quali i più preziosi saranno esposti nel Museo dell’Arsenale, ci riporta alla memoria uno studio pubblicato nel lontano giugno 1989, a firma mia e di Salvatore D’Amato, sulla Rassegna Storica Salernitana, VI 1 (https://www.worldcat.org/title/maremoto-ritrovato-il-processo-del-1557-per-il-recupero-dei-beni-della-sommersa-chiesa-di-s-maria-annunziata-de-ballenulo-di-amalfi/oclc/222500436?page=citation).
L’occasione di scrittura era stata data dal ritrovamento di un prezioso manoscritto, che lo storico Matteo Camera aveva descritto come “una scrittura legale, limpidissima, ed interessante non meno per la conoscenza dell’antico stato topografico di Amalfi quanto per isciogliere vieppiù il nodo della controversa questione” dello sprofondamento dell’antico litorale amalfitano e per capire le dinamiche del disastro “cagionato dalle maree … a 24 novembre 1343, vigilia di S. Caterina”, che avrebbe provocato la perdita di molti edifici sulla spiaggia e la scomparsa di un tratto di litorale – “una marina sola di comunicazione” – che univa Amalfi a Maiori.
Amalfi - cartolina d'epoca

Il prezioso manoscritto Litem in causa vertente in reverenda Curia archiepiscopali Amalphitana inter beneficiatos venerabilis ecclesiae S. Mariae Annunciatae de Baglienola

Il prezioso manoscritto è un processo civile del 1557, conservato presso l’Archivio Storico Diocesano “Ercolano Marini” di Amalfi. 

Archivio Storico "Ercolano Marini"  - Amalfi       Amalphis, Acta Civilia et Criminalia, Litem in causa vertente, c. 46r
Il processo fu istruito presso la Corte Arcivescovile di Amalfi per una lite sorta tra i due rettori della chiesa della SS. Annunciata di Vagliendola di Amalfi da una parte e il laico Minico de Urso di Praiano dall’altra. Costituito da 34 carte sciolte, comprende attualmente l’istruzione del processo (cc. 13v-19v), la tabula testimonium (c. 20), l’esposto (cc. 21r-23r), lo svolgimento del processo con  ventidue testimonianze (cc. 24r-39v) ed infine la sentenza (cc. 40r-46r).
Il dibattimento della causa ebbe inizio l’8 febbraio 1557 con la deposizione del primo teste, il prete Francesco de Riccardis, e si concluse il 20 marzo di quello stesso anno. La sentenza, favorevole ai due preti, fu emessa il 10 aprile 1557, data in cui presumibilmente la vertenza ebbe fine.
La scintilla del contenzioso fu accesa dalla scoperta di resti architettonici con tracce di affresco appartenuti ad una costruzione che, secondo uno dei testimoni, Lorenzo de Bonito, “denotavano che llà era stata una ecclesia”.
La scoperta avvenne intorno al 1552, durante lo scavo di una calcara fore la porta de Vaglienulo, proprie sotto lo monte tagliato dove se dice la dohana vecchia, nel punto in cui un’antica tradizione orale indicava la presenza di una chiesa dedicata alla SS. Annunciata, la quale, secondo un altro testimone, Laurentius de Guida, era stata distrutta dal mare e poi sepolta completamente dalle pietre cascatele sopra.
Da altri testimoni, si apprende che sulla strada di Vagliendola, in direzione del luogo dove era stata costruita la chiesa della SS. Annunciata distrutta dal mare, è situata una marmoretta dove è scolpita la imagine de la gloriosa Vergine con la Annunciatione, la quale marmora sempre esso testimonio ha inteso dire che denotava che sotto detto luoco era stata una ecclesia sub eodem vocabulo (ossia con la stessa denominazione).
Il Vicario generale, appresa la notizia del ritrovamento di quei resti, conferì in beneficio la chiesa della SS. Annunciata a due preti, Giovanni Andrea de Anchora e Ludovico Gambardella, i quali si misero subito alla ricerca di antichi documenti che comprovassero l’esistenza di rendite in favore dell’Annunciata de Baglienulo, al fine di rivendicarne i relativi diritti di proprietà.
La loro ricerca fu premiata dal risultato.
Tempo dopo rinvennero un documento in cui venivano descritti alcuni beni di proprietà della chiesa della SS. Annunciata di Vagliendola di Amalfi. Questi beni erano siti a Vettica Maggiore, in località “a la Ripa”, ed erano tenuti da un certo Minico de Urso di Praiano, il quale li aveva ereditati dal padre Angelo, che, a sua volta, li aveva acquisiti dal fu Nicoloso Cimmino.
Nell’ottobre del 1556, pertanto, i due beneficiari citarono in giudizio presso la Corte arcivescovile di Amalfi il laico Minico de Urso e per esso l’avvocato procuratore Nicola Francese, con l’accusa di essere “iniustum detentore” di quei beni e come tale obbligato a rilasciarli immediatamente a favore della chiesa della SS. Annunciata di Vagliendola di Amalfi. Non si trattò, dunque, come scrisse lo storico Matteo Camera nella sua Istoria, di una questione tra due preti insigniti di chiese sotto lo stesso titolo “affatto differenti e disgiunte tra loro”.
Le ventidue deposizioni testimoniali contenute nel prezioso manoscritto fanno riferimento a chiese di Amalfi e siti vicini, le quali sarebbero state, in un tempo lontano, distrutte e sommerse dal mare.
Molte risposte si ricavano dall’analisi paleografica e storica del prezioso manoscritto conservato presso l’Archivio Storico Arcidiocesano di Amalfi “Ercolano Marini”, comparato con ulteriori testimonianze trovate in alcune pergamene ed altri manoscritti conservati presso il medesimo archivio, vale a dire i Bullaria, le Visite pastorali, processi civili e criminali del Cinquecento ed i manoscritti del Fondo Matteo Camera.

 Cosa era successo?

Quali erano le chiese sommerse dal procelloso mare d’Amalfi?

La chiesa della SS. Annunciata di Manganello o di Vagliendola di Amalfi

Nel foglio iniziale del processo e nella parte finale dello stesso si legge che i due preti Giovanni de Anchora e Ludovico Gambardella erano beneficiari della venerabile chiesa di S. Maria Annunziata de Manganello seu de Baglienulo (di Manganello o di Vagliendola).                                                                                                                    

Nel testo si parla quindi chiaramente della medesima chiesa, anche se riferita a due luoghi diversi e distanti tra loro quale Manganello, attuale piazza Municipio ad est, e Vagliendola ad ovest di Amalfi.                                                                                        

Lo storico Matteo Camera riferisce invece che fossero esistite in Amalfi due distinte chiese dedicate alla SS. Annunciata, una in località Manganello e l’altra a Vagliendola, oltre una cappella con la medesima intitolazione nella Cattedrale di Amalfi. Quella situata in località Manganello “era dirimpetto alla chiesa di S. Demetrio, al piano del larghetto Campolillo (anticamente detto Manganello) e dopo essere stata riedificata nel 1348 fu consacrata il 5 marzo 1480 da don Matteo de Dote vescovo di Scala”.

Cosa ci dicono le antiche carte a proposito?

Nel Codice Perris un documento del 1349 ci riporta che la chiesa di S. Maria Annunciata de novo construitur (si costruisce di nuovo) in via Manganelli Amalfie, forse perché era stata presumibilmente distrutta al tempo della terribile mareggiata del 1343 raccontata dal poeta Francesco Petrarca nelle Familiares.

Da un’annotazione tergale ad una pergamena del 1364 conservata presso l’archivio arcivescovile di Amalfi ed edita in forma di regesto veniamo a conoscenza che la chiesa di S. Maria Annunciata de Ballenulo possedeva beni in località a la Ripa a Praiano. Sono gli stessi beni citati nel processo del 1557 e rivendicati dai due presbiteri, i quali sostengono che erano stati illecitamente sottratti alla chiesa da loro retta dopo la distruzione della chiesa a causa del mare, in un momento di rettoria vacante e di comprensibile smarrimento a causa dell’accaduto.

Per ragionevole deduzione, dunque, la chiesa di S. Maria Annunciata di Vagliendola fu distrutta dal mare forse nel 1343 ed era certamente in costruzione nuovamente e con la stessa intitolazione “in un luogo più sicuro all’interno della città”, come dicono i testimoni, ovvero in via Manganello-Piazza Municipio attuale.

Gli Amalfitani non dispersero la memoria della chiesa dell’Annunciata di Vagliendola e la sottrassero alla furia del mare, riedificando la chiesa con la medesima intitolazione nel 1348 e consacrandola nel 1480 – stando alla notizia del Camera - lì dove ancora oggi ne perpetuiamo il culto, in piazza Municipio, al piano di largo Campolillo, anticamente detto Manganello.

Dunque, i testi riferiscono la verità sulla venerabile chiesa di S. Maria Annunziata de Manganello seu de Baglienulo di Amalfi.

Amalfi: in alto il quartiere Vagliendola - cartolina d'epoca

La chiesa di S. Maria de Turri (o S. Maria ad Mare o S. Maria de la Retonda)

In Amalfi molte erano le chiese (e le cappelle) intitolate al culto della Madre di Cristo. Tra queste vi era la chiesa di S. Maria de Turri.                                                                    Era tra le chiese tenute a partecipare alla solenne celebrazione della Traslazione del Corpo di S. Andrea da Costantinopoli ad Amalfi, allorquando l’8 maggio, per disposizione dell’arcivescovo Filippo Augustariccio, nove chiese preparavano un albero da portare in solenne processione. Le chiese tenute a partecipare erano: S. Giacomo de Arsina, SS. Quaranta Martiri, S. Stefano, S. Maria de Sandala, S. Angelo de intus muros, S. Lorenzo del Piano, S. Maria Maggiore, S. Simone ed appunto S. Maria de Turri.

La ricostruzione comparata delle fonti ha lasciato emergere che S. Maria de Turri fu distrutta dal mare certamente dopo il 1415 e che all’epoca del processo del 1557 essa era completamente sommersa.

Non solo.

Essa era presente nella memoria locale con l’ulteriore denominazione di S. Maria ad mare e di S. Maria de la Retonda.

Vediamo perché.

Nel processo del 1557 il testimone Bartolomeo Pisano riferisce che dintro mare antiquamente vi era construtta una ecclesia sub vocabulo Santa Maria ad mare, la quale poi dall’onde et tempesta del mare fu conquassata et deietta et al presente jace in mare del tutto et che per detta ecclesia de Sancta Maria ad mare donno Matteo Franzese è tenuto ogni anno nella translazione del glorioso Apostolo Santo Andrea fare l’arbore come sono tenute le altre ecclesie de Amalphie.

L’analisi del manoscritto Bullarium ab anno 1525, contenente le bolle arcivescovili a partire dal 1525,  ci risolve l’enigma: con bolla arcivescovile dell’8 maggio 1529il prete Matteo Franzese fu insignito con bolla arcivescovile dell’8 maggio 1529 della rettoria della chiesa di S. Maria de Turri, que nunc est in mari (che ora è in mare), con l’obbligo fra l’altro di fare l’albero per l’8 maggio. Non solo il teste Bartolomeo Pisano aveva dichiarato il vero, ma a quel tempo la chiesa di S. Maria de Turri era sommersa (almeno dal 1525!), i suoi resti dovevano essere ancora ben visibili sott’acqua e facilmente essa poté essere definita dal popolo anche come S. Maria ad Mare. In pratica, S. Maria ad Mare e S. Maria de Turri erano la stessa chiesa.

La chiesa di S. Maria de Turri, dopo essere stata distrutta dal mare, non fu ricostruita sulla terraferma e continuò ad esistere solo come beneficio, rimanendo viva nella memoria collettiva col nome di S. Maria ad mare.

Ma c’è di più.

Un altro teste, Francesco de Riccardis, afferma di sapere che tra le chiese sommerse dal mare ve ne era una chiamata S. Maria de la Retonda.

Come scrisse il compianto prof. Robert Bergman in un suo articolo sulla realtà o meno dell’esistenza di un’Amalfi sommersa, il termine “retonda” poteva indicare una costruzione di forma cilindrica, una torre insomma, simile a quella ancora oggi visibile sull’abitato di Amalfi e nota come “torre dello ziro”.

Probabilmente questa chiesa faceva parte della cinta muraria che difendeva la città dalla parte del mare. Nel Codice Perris un documento del 1278 riporta che nello stesso luogo in cui si trovava la chiesa vi era una porta cittadina detta porta de Turri.

Una pergamena del 1221 riferisce che presso la chiesa di S. Maria de Turri si trovavano due platee: la campsorum e la carnium et piscium. Tutta questa zona era stata sconvolta dal mare.

Dunque, la chiesa di S. Maria de Turri era nota anche come chiesa  di S. Maria de la Retonda.

Ci resta un ultimo enigma da sciogliere: “Possiamo sapere quando fu distrutta dal mare la chiesa di S. Maria de Turri o ad Mare o de la Retonda?”.

La Visita Pastorale del 1449 riporta la notizia che  “ecclesia sancte Marie de la Torri est distructa propter tempestatem maris (la chiesa di S. Maria de la Torre fu distrutta a causa di una tempesta del mare)”.

Alla stessa era stato destinato un censo, come si legge in una pergamena del 1415. Esisteva dunque - forse già solo come beneficio (?) – nel 1415, era stata distrutta certamente dal mare nel 1449 e nel Cinquecento era ormai sommersa, come raccontano i testimoni nel processo e come si legge anche nella Platea di mons. D’Anna, redatta nel secolo XVI, in cui viene scritto “Sancta Maria di Torre entro mare sommersa”.

Il mare di Amalfi continuò il suo lavorio sino al tempo del Camera, il quale riferisce che i resti della chiesa di S. Maria ad Mare si trovavano in mare al suo tempo alla profondità di metri 4,70.

La memoria degli Amalfitani però non era stata affatto cancellata e distrutta dal mare.

La chiesa di S. Maria de Sandala e la cappella di S. Maria de Platea

Il Camera identificò S. Maria ad mare anche con S. Maria de Sandala, che però, secondo quanto si legge nelle Visite pastorali dei secoli XV e XVI era visibile sulla terraferma e non venne distrutta o sommersa dal mare.

Esploriamo le antiche carte e troveremo le risposte.

In una pergamena del 1264 la chiesa di S. Maria de Sandala era “constructa et dedicata hic supra Amalfe supra porta de Sandala” ad oriente dell’Arsenale e nei pressi del luogo detto Buczari. Essa si trovava “supra”, cioè era elevata e questo dato viene confermato dal fatto che vi erano scale, per quas ascenditur et descenditur ad ecclesiam (per le quali si sale e si scende alla chiesa).

Fu regolarmente visitata nel 1449 e la Visita pastorale di mons. Tiberio Crispo del 1550 conferma che era costruita super platea Amalfie (sulla piazza di Amalfi), dunque in una posizione tale da farci ipotizzare la presenza di una scala d’accesso.

Nello stesso giorno, l’arcivescovo Tiberio Crispo visita anche la chiesa o cappella di S. Maria de piacza “super januam parvam maritimam”, indicata anche nella Platea di mons. D’Anna come S. Maria sopra la Porta. In quegli anni il mare in tempesta arrivava facilmente a questa chiesetta, dato che nella Platea si legge che “se n’ha da celebrar una messa … e quando per il mal tempo di mare non si potesse ivi celebrare s’habbia a celebrare nell’altare di casa Stoppa”.

Anche nella Visita di mons. Carlo Montilio del 1574 sono visitate distintamente la chiesa di S. Maria de Sandala e la chiesetta di S. Maria de Platea.

Un ulteriore documento, ovvero il Decreto di profanazione della chiesa della Sandala presso Palazzo Ducale del 16 novembre 1600 chiarisce che  in quel tempo la chiesa di S. Maria de Sandala fu profanata, perché era rovinata. Era ancora situata “super supporticum maritimum … et super cappellam S. Marie de Platea existentem in dicto supportico iuxta infrascriptos fines videlicet: ab uno latere iuxta quasdam cameras coniunctas Palatio olim Ducali ipsius civitatis, ab alio latere iuxta bona seu quasdam alias cameras que fuerunt quondam Diomedis de Afflicto et ad presentem Iulii Boniti earum emptoris et super dogana ipsius civitatis, ab alio latere mare versus et ab alio vero latere versus montes et alios confines (al di sopra del supportico marittimo … e sopra la cappella di S. Maria a Piazza che esiste in detto supportico presso i seguenti confini, ossia da un lato vicino alcune camere congiunte al Palazzo un tempo Ducale di questa città (d’Amalfi), da un altro lato presso i beni ossia alcune altre camere che appartennero al fu Diomede d’Afflitto e al presente (sono di proprietà) di Giulio Bonito compratore di quelle e sopra la Dogana di questa città, dall’altro lato verso il mare e da un altro lato ancora verso i monti e altri confini) ”.

A quanto si deduce, dunque, la chiesa di S. Maria de Sandala si trovava sino al Seicento al di sopra della chiesa di S. Maria de Platea. Le due chiese erano molto vicine tra loro. Quella che era pericolosamente raggiungibile dal mare era la chiesa-cappella di S. Maria de Platea.

Forse nella memoria popolare erano identificate insieme, tanto che il teste Giovan Nicola Crisconus, nel riferire che tra le chiese distrutte ed ingoiate dal mare vi fosse la chiesa di S. Maria de Sandala, afferma di non essere troppo sicuro di quel che dice.

La chiesa di S. Maria a Piazza ancora oggi esiste ed è nota anche come chiesetta di Porto Salvo.

Amalfi - Piccolo Supportico Marittimo - cartolina d'epoca

La chiesa di S. Angelo Intramuros

 

Tre testimoni convergono sulla notizia che anche la chiesa di S. Angelo Intramuros fu sommersa dal mare.  Dicono la verità?

Una pergamena edita in forma di regesto del 1414 riferisce che in via Manganello vi erano anche altre due chiese (oltre quella dell’Annunciata): la chiesa di S. Angelo Intramuros dava il nome alla parrocchia, quella di S. Demetrio alla contrada.

Nella Visita pastorale del 1449 la chiesa di S. Angelo Intramuros viene trovata in maiori parte diruta, tanto che l’arcivescovo dispone di ricostruirla ex novo in un altro luogo. La chiesa di S. Demetrio era invece pienamente funzionante.

Nel 1550 la chiesa di S. Angelo Intramuros non è stata ancora ricostruita e viene trovata plena terra mundiziis et aqua.

Nel 1557 i testi Francesco de Riccardis, Giovan Nicola Grisconus e Giovan Tommaso de Iudice  riferiscono che “molte ecclesie sono state ruinate dallo mare et poi alcune de esse reedificate come l’ecclesia de Santo Angelo Intramuros”.

Nel 1574 dalla visita pastorale dell’arcivescovo Montilio ricaviamo che la chiesa di S. Angelo Intramuros è stata ricostruita in piedi la Ruga sub domo Loysii de Bonito, mentre la chiesa di San Demetrio è rimasta nel luogo originario in via Manganello, dirimpetto la chiesa di S. Maria Annunciata. La stessa notizia è confermata dalla Platea di mons. D’Anna Sancti Angeli olim dentro le mura hora in piedi la Ruga e nel Bullarium ab anno 1525 “Sancti Angeli que alias fuerat intra muros Amalphie, modo est sub domo Loysii de Bonito”.

Si deduce dunque che la chiesa di S. Angelo Intramuros era originariamente in via Manganello-oggi piazza Municipio, che nel 1449 per la maggior parte era distrutta  presumibilmente per l’azione del mare come riferiscono i testi ancora nel 1557 e che era ricostruita in piedi la strada detta Rua-Ruga sicuramente nel 1574.

Anche di questa chiesa gli Amalfitani non perdono la memoria e la sottraggono alla violenza del mare così come all’oblio.

La chiesa di S. Maria de Comite Janni e la chiesa di S. Maria de Cappella di Atrani riedificate in Amalfi

Il teste Giovan Tommaso de Judice riferisce che anco Santa Maria de Comite Ianni de Atrano fu ruinata per il mare e reedificata et refatta nella città de Amalphe.

E’ vero?

La Platea di mons. D’Anna (databile al secolo XVI) ci dice che la chiesa venne  “trasferita da Atrano in Amalfi”. 

Nella visita di mons. Crispo del 1550 l’arcivescovo visita la chiesa di S. Maria de Comite-Janne in Amalfi.

Le due fonti avvalorano la deposizione del teste circa la distruzione delle chiese ad Atrani e la ricostruzione delle stesse in Amalfi. Tuttavia non fanno riferimento al fatto che la distruzione sia stata provocata dal mare.

Dal Camera sappiamo che ad Atrani ci furono due diversi sconvolgimenti, che determinarono la rovina di chiese nel secolo XV: un violento terremoto nel 1401 e la violenza del mare.

La visita pastorale del 1550 di mons. Crispo, giunta a noi completa ed in ottimo stato di conservazione, scioglie i dubbi interpretativi sulla notizia fornita dal Camera.

Il 21 marzo 1550 l’arcivescovo si recò ad Atrani nella zona detta lo Platamone.

Qui l’abate Giovan Battista de Alaneo gli narrò come sotto quel luogo, nelle acque del mare, si trovavano i resti di una cappella intitolata a S. Maria de Cappella, della quale nihil in praesentiarum apparet (non si vede nulla nel presente) e che così era già da molto tempo. A sostegno della sua affermazione l’abate aggiunse che tutto questo non solo l’aveva sentito dire dai suoi antecessori e ab antiquis hominibus, ma l’aveva anche letto in libris visitationum antiquis. La sua dichiarazione è veritiera. Infatti, nella visita pastorale del 1449 la chiesa di S. Maria de Cappella di Atrani fu vista dall’arcivescovo “dissolutam propter tempestatem maris”.

Distrutta dal mare nel 1449, nel 1550 era stata ormai sommersa dallo stesso.

Nelle visite pastorali non vi sono analoghe testimonianze relative alla sommersione a causa della tempesta del mare della chiesa di S. Maria de Comite Janni.  Probabilmente essa fu disfatta dal terremoto del 1401, come ebbe a scrivere il Camera, e per questo ricostruita in Amalfi.

Il teste Giovan Tommaso de Iudice, unico a dichiararla ruinata dal mare, probabilmente incorse in un equivoco dovuto alla tipica confusione di fatti e circostanze quando si tramandano oralmente eventi viciniori con effetti comuni e medesima intitolazione a S. Maria.

Quasi due secoli di storia ed il fatto che le chiese fossero entrambe intitolate a S. Maria possono essere ragioni sufficienti perché nella memoria popolare si sovrapponessero le vicende.

Sta di fatto che il mare espresse la sua potenza anche ad Atrani.

Cosa ci insegna il passato?

Nel corso dei secoli il nostro litorale è stato flagellato da numerose tempeste che ne hanno modificato sensibilmente l’andamento, hanno provocato danni gravissimi alle strutture murarie e portuali antiche ed agli edifici posti sulla terraferma, in particolar modo alle chiese. 

Ancora oggi noi ricordiamo almeno tre forti mareggiate, tra le quali quella violenta del 1987.

Mareggiata del 1987 - foto per gentile concessione del Capitano Salvatore Barra

Ancora oggi, in questi giorni, il mare ha fatto avvertire la sua potenza devastatrice, quella stessa che aveva visto Matteo Camera, lo stesso “mare che vediamo ogni giorno nelle grandi maree invernali a modo gigantesco precipitarsi muggendo impetuoso e terribile”.
                                                                                    Foto di Salvatore D'Amato - 28 dicembre 2020

Tuttavia, i nostri Padri ricostruirono e riedificarono con tenacia, senza perdere la speranza e senza perdere la memoria, ad imperitura testimonianza di fede.

Tanto ancora ci insegnano i nostri Padri in questo tempo ipertecnologico di distanziamento e di deprivazione sociale.

 Giuseppina Severino D'Amato

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