Sirene, Ninfe, Dominae, Sante,

Fattucchiare, Janare , Brigantesse o Pioniere?

Attenzione alle donne della Costa di Amalfi!

 

Continuiamo con le Sirene …

  IL MITO GRECO DELLE SIRENE DELLA COSTIERA AMALFITANA


Si racconta che numerose imbarcazioni antiche naufragarono nei pressi dell’isola de li Galli o delle Sirenuse.

Il tratto di mare era tale da attrarre i naviganti e poi provocarne la morte.

Da lontano il piccolo arcipelago della Costa d’Amalfi appariva come un punto di riferimento per i marinai, ma il gioco delle correnti ed i vortici finivano per trascinare le imbarcazioni sugli scogli con la conseguente morte degli equipaggi.

La pericolosità attrattiva dell’arcipelago delle Sirene è stata resa immortale dal mito.

È probabile che il mito fosse nato già nell'età del Bronzo, all'epoca delle prime navigazioni greche in Occidente, stando ai reperti micenei ritrovati nella vicina isola di Vivara, in provincia di Napoli.
L'isola di Vivara


La mitologia e la letteratura greca narrano, nello specifico, di due navi che riuscirono a scampare al crudele destino: quella di Ulisse e quella degli Argonauti.

Il canto dell'Odissea  è ben noto.

Ulisse, di ritorno dalla guerra di Troia, non volle rinunciare a sentire il canto delle Sirene e così, su consiglio dalla maga Circe, si fece legare all'albero della nave, ma solo dopo aver turato con della cera le orecchie dei suoi marinai. Egli poté quindi sentire e sopportare il loro canto mentre la nave continuava indisturbata il suo cammino.


δησάντων σ᾽ ἐν νηὶ θοῇ χεῖράς τε πόδας τε

ὀρθὸν ἐν ἱστοπέδῃἐκ δ᾽ αὐτοῦ πείρατ᾽ ἀνήφθω,
ὄφρα κε τερπόμενος ὄπ᾽ ἀκούσῃς Σειρήνοιιν.
εἰ δέ κε λίσσηαι ἑτάρους λῦσαί τε κελεύῃς,
οἱ δέ σ᾽ ἔτι πλεόνεσσι τότ᾽ ἐν δεσμοῖσι διδέντων.
αὐτὰρ ἐπὴν δὴ τάς γε παρὲξ ἐλάσωσιν ἑταῖροι,
ἔνθα τοι οὐκέτ᾽ ἔπειτα διηνεκέως ἀγορεύσω,
ὁπποτέρη δή τοι ὁδὸς ἔσσεταιἀλλὰ καὶ αὐτὸς
θυμῷ βουλεύεινἐρέω δέ τοι ἀμφοτέρωθεν.
ἔνθεν μὲν γὰρ πέτραι ἐπηρεφέεςπροτὶ δ᾽ αὐτὰς
κῦμα μέγα ῥοχθεῖ κυανώπιδος Ἀμφιτρίτης:
Πλαγκτὰς δή τοι τάς γε θεοὶ μάκαρες καλέουσι.
τῇ μέν τ᾽ οὐδὲ ποτητὰ παρέρχεται οὐδὲ πέλειαι
τρήρωνεςταί τ᾽ ἀμβροσίην Διὶ πατρὶ φέρουσιν,
ἀλλά τε καὶ τῶν αἰὲν ἀφαιρεῖται λὶς πέτρη:
ἀλλ᾽ ἄλλην ἐνίησι πατὴρ ἐναρίθμιον εἶναι.
τῇ δ᾽ οὔ πώ τις νηῦς φύγεν ἀνδρῶν τις ἵκηται,
ἀλλά θ᾽ ὁμοῦ πίνακάς τε νεῶν καὶ σώματα φωτῶν
κύμαθ᾽ ἁλὸς φορέουσι πυρός τ᾽ ὀλοοῖο θύελλαι.
οἴη δὴ κείνη γε παρέπλω ποντοπόρος νηῦς,
Ἀργὼ πᾶσι μέλουσαπαρ᾽ Αἰήταο πλέουσα.
καὶ νύ κε τὴν ἔνθ᾽ ὦκα βάλεν μεγάλας ποτὶ πέτρας,
ἀλλ᾽ Ἥρη παρέπεμψενἐπεὶ φίλος ἦεν Ἰήσων

οἱ δὲ δύω σκόπελοι  μὲν οὐρανὸν εὐρὺν ἱκάνει

 

Alle Sirene giungerai da prima,
che affascinan chiunque i lidi loro
con la sua prora veleggiando tocca.
Chiunque i lidi incautamente afferra               55
delle Sirene, e n’ode il canto, a lui
nè la sposa fedel, nè i cari figli
verranno incontro su le soglie in festa.
Le Sirene, sedendo in un bel prato,
mandano un canto dalle argute labbra,           60
che alletta il passeggier: ma non lontano
d’ossa d’umani putrefatti corpi,
e di pelli marcite, un monte s’alza.
Tu veloce oltrepassa, e con mollita
cera de’ tuoi così l’orecchio tura,                         65
che non vi possa penetrar la voce.
Odila tu, se vuoi; sol che diritto
te della nave all’albero i compagni

leghino, e i piedi stringanti, e le mani:
perchè il diletto di sentir la voce            70
delle Sirene tu non perda. E dove
pregassi, o comandassi a’ tuoi di sciorti,
le ritorte raddoppino, ed i lacci.

                                                                        Omero, Odissea, libro XII, vv. 51-73, trad. di Ippolito Pindemonte

Museo Archeologico Romano di Positano - Particolare


La capacità di Ulisse di resistere al melodioso canto è la trasposizione in chiave mitologica dei progressi della navigazione e di come fosse possibile superare le insidie del mare costiero, avendo acquisito migliore conoscenza delle correnti della zona:


νῦν δ᾽ ἄγεθ᾽ὡς ἂν ἐγὼ εἴπωπειθώμεθα πάντες.

ὑμεῖς μὲν κώπῃσιν ἁλὸς ῥηγμῖνα βαθεῖαν
τύπτετε 
κληίδεσσιν ἐφήμενοιαἴ κέ ποθι Ζεὺς
δώῃ τόνδε γ᾽ ὄλεθρον ὑπεκφυγέειν καὶ ἀλύξαι:
σοὶ δέκυβερνῆθ᾽ὧδ᾽ ἐπιτέλλομαιἀλλ᾽ ἐνὶ θυμῷ
βάλλευἐπεὶ νηὸς γλαφυρῆς οἰήια νωμᾷς.
τούτου μὲν καπνοῦ καὶ κύματος ἐκτὸς ἔεργε
νῆασὺ δὲ σκοπέλου ἐπιμαίεομή σε λάθῃσι
κεῖσ᾽ ἐξορμήσασα καὶ ἐς κακὸν ἄμμε βάλῃσθα.
ὣς ἐφάμηνοἱ δ᾽ ὦκα ἐμοῖς ἐπέεσσι πίθοντο.
Σκύλλην δ᾽ οὐκέτ᾽ ἐμυθεόμηνἄπρηκτον ἀνίην,
μή πώς μοι δείσαντες ἀπολλήξειαν ἑταῖροι
εἰρεσίηςἐντὸς δὲ πυκάζοιεν σφέας αὐτούς.
καὶ τότε δὴ Κίρκης μὲν ἐφημοσύνης ἀλεγεινῆς
λανθανόμηνἐπεὶ οὔ τί μ᾽ ἀνώγει θωρήσσεσθαι:
αὐτὰρ ἐγὼ καταδὺς κλυτὰ τεύχεα καὶ δύο δοῦρε
μάκρ᾽ ἐν χερσὶν ἑλὼν εἰς ἴκρια νηὸς ἔβαινον
πρῴρηςἔνθεν γάρ μιν ἐδέγμην πρῶτα φανεῖσθαι
Σκύλλην πετραίην μοι φέρε πῆμ᾽ ἑτάροισιν.
οὐδέ πῃ ἀθρῆσαι δυνάμηνἔκαμον δέ μοι ὄσσε
πάντῃ παπταίνοντι πρὸς ἠεροειδέα πέτρην.

ἡμεῖς μὲν στεινωπὸν ἀνεπλέομεν γοόωντες:
ἔνθεν μὲν Σκύλληἑτέρωθι δὲ δῖα Χάρυβδις
δεινὸν 
ἀνερροίβδησε θαλάσσης ἁλμυρὸν ὕδωρ.
 τοι ὅτ᾽ ἐξεμέσειελέβης ὣς ἐν πυρὶ πολλῷ
πᾶσ᾽ ἀναμορμύρεσκε κυκωμένηὑψόσε δ᾽ ἄχνη
ἄκροισι σκοπέλοισιν ἐπ᾽ ἀμφοτέροισιν ἔπιπτεν:
ἀλλ᾽ ὅτ᾽ ἀναβρόξειε θαλάσσης ἁλμυρὸν ὕδωρ,
πᾶσ᾽ ἔντοσθε φάνεσκε κυκωμένηἀμφὶ δὲ πέτρη
δεινὸν ἐβεβρύχειὑπένερθε δὲ γαῖα φάνεσκε
ψάμμῳ κυανέητοὺς δὲ χλωρὸν δέος ᾕρει.
ἡμεῖς μὲν πρὸς τὴν ἴδομεν δείσαντες ὄλεθρον:
τόφρα δέ μοι Σκύλλη γλαφυρῆς ἐκ νηὸς ἑταίρους
ἓξ ἕλεθ᾽οἳ χερσίν τε βίηφί τε φέρτατοι ἦσαν.
σκεψάμενος δ᾽ ἐς νῆα θοὴν ἅμα καὶ μεθ᾽ ἑταίρους
ἤδη τῶν ἐνόησα πόδας καὶ χεῖρας ὕπερθεν
ὑψόσ᾽ ἀειρομένωνἐμὲ δὲ φθέγγοντο καλεῦντες
ἐξονομακλήδηντότε γ᾽ ὕστατονἀχνύμενοι κῆρ.
ὡς δ᾽ ὅτ᾽ ἐπὶ προβόλῳ ἁλιεὺς περιμήκεϊ ῥάβδῳ
ἰχθύσι τοῖς ὀλίγοισι δόλον κατὰ εἴδατα βάλλων
ἐς πόντον προΐησι βοὸς κέρας ἀγραύλοιο,
ἀσπαίροντα δ᾽ ἔπειτα λαβὼν ἔρριψε θύραζε,
ὣς οἵ γ᾽ ἀσπαίροντες ἀείροντο προτὶ πέτρας:
αὐτοῦ δ᾽ εἰνὶ θύρῃσι κατήσθιε κεκληγῶτας
χεῖρας ἐμοὶ ὀρέγοντας ἐν αἰνῇ δηιοτῆτι:
οἴκτιστον δὴ κεῖνο ἐμοῖς ἴδον ὀφθαλμοῖσι
πάντωνὅσσ᾽ ἐμόγησα πόρους ἁλὸς ἐξερεείνων.
αὐτὰρ ἐπεὶ πέτρας φύγομεν δεινήν τε Χάρυβδιν
Σκύλλην τ᾽αὐτίκ᾽ ἔπειτα θεοῦ ἐς ἀμύμονα νῆσον
ἱκόμεθ᾽ἔνθα δ᾽ ἔσαν καλαὶ βόες εὐρυμέτωποι,
πολλὰ δὲ ἴφια μῆλ᾽ Ὑπερίονος Ἠελίοιο.
δὴ τότ᾽ ἐγὼν ἔτι πόντῳ ἐὼν ἐν νηὶ μελαίνῃ
μυκηθμοῦ τ᾽ ἤκουσα βοῶν αὐλιζομενάων


Mentre ciò loro io discopria, la nave,
che avea da poppa il vento, in picciol tempo    215
delle Sirene all’isola pervenne.
Là il vento cadde, ed agguagliossi il mare,
e l’onde assonnò un Demone. I compagni

si levâr pronti, e ripiegâr le vele,
e nella nave collocârle: quindi                            220
sedean su i banchi, ed imbiancavan l’onde
co’ forti remi di polito abete.
Io la duttile cera, onde una tonda
tenea gran massa, sminuzzai con destro
rame affilato; ed i frammenti n’iva                    225
Rivoltando, e premendo in fra le dita.
nè a scaldarsi tardò la molle pasta:
perocchè lucidissimi dall’alto
scoccava i rai d’Iperïone il figlio.
De’ compagni incerai senza dimora                   230
le orecchie di mia mano; e quei diritto
me della nave all’albero legaro
con fune, i piè stringendomi, e le mani.
Poi su i banchi adagiavansi, e co’ remi
batteano il mar, che ne tornava bianco.           235
Già, vogando di forza, eravam, quanto
corre un grido dell’uomo, alle Sirene
vicini. Udito il flagellar de’ remi,
e non lontana omai vista la nave,
un dolce canto cominciaro a sciorre:                  240
“O molto illustre Ulisse, o degli Achéi
somma gloria immortal, su via, qua vieni,
ferma la nave, e il nostro canto ascolta.

Nessun passò di qua su negro legno,
che non udisse pria questa, che noi                   245
dalle labbra mandiam, voce soave:
voce, che inonda di diletto il core,
e di molto saver la mente abbella.
Chè non pur ciò, che sopportaro a Troja
per celeste voler Teucri, ed Argivi,                    250
noi conosciam, ma non avvien su tutta
la delle vite serbatrice terra
nulla, che ignoto, o scuro a noi rimanga.”.
Così cantaro. Ed io, porger volendo
più da vicino il dilettato orecchio,                      255
cenno ai compagni fea, che ogni legame
fossemi rotto; e quei più ancor sul remo
incurvavano il dorso, e Perimede
sorgea ratto, ed Euriloco, e di nuovi
nodi cingeanmi, e mi premean più ancora.      260
Come trascorsa fu tanto la nave,
che non potea la perigliosa voce
delle Sirene aggiungerci, coloro
a sè la cera dall’orecchie tosto,
e dalle membra a me tolsero i lacci.                   265


                                                                 Omero, Odissea, libro XII, vv. 214-265, trad. di Ippolito Pindemonte


Museo Archeologico Romano di Positano - Particolare

Gli Argonauti, invece, si salvarono grazie alla bravura di Orfeo, che prese a suonare la lira sino a surclassarne il canto. Per l'umiliazione subita, le Sirene si lanciarono in mare e furono tramutate in rupi.


εἴρυσσαν τανύσαντες ἐν ἱμάντεσσι κεραίης.

νῆα δ᾽ ἐυκραὴς ἄνεμος φέρεναἶψα δὲ νῆσον
καλήν
Ἀνθεμόεσσαν ἐσέδρακονἔνθα λίγειαι
Σειρῆνες 
σίνοντ᾽ Ἀχελωίδες ἡδείῃσιν
θέλγουσαι 
μολπῇσινὅτις παρὰ πεῖσμα βάλοιτο.
τὰς 
μὲν ἄρ᾽ εὐειδὴς Ἀχελωίῳ εὐνηθεῖσα
γείνατο 
ΤερψιχόρηΜουσέων μίακαί ποτε Δηοῦς
θυγατέρ᾽ 
ἰφθίμην ἀδμῆτ᾽ ἔτι πορσαίνεσκον
ἄμμιγα 
μελπόμεναιτότε δ᾽ ἄλλο μὲν οἰωνοῖσιν,
ἄλλο 
δὲ παρθενικῇς ἐναλίγκιαι ἔσκον ἰδέσθαι.
 αἰεὶ δ᾽ εὐόρμου δεδοκημέναι ἐκ περιωπῆς
 
θαμὰ δὴ πολέων μελιηδέα νόστον ἕλοντο,
τηκεδόνι 
φθινύθουσαιἀπηλεγέως δ᾽ ἄρα καὶ τοῖς
ἵεσαν 
ἐκ στομάτων ὄπα λείριονοἱ δ᾽ ἀπὸ νηὸς
ἤδη 
πείσματ᾽ ἔμελλον ἐπ᾽ ἠιόνεσσι βαλέσθαι,
 εἰ μὴ ἄρ᾽ Οἰάγροιο πάις Θρηίκιος Ὀρφεὺς
Βιστονίην 
ἐνὶ χερσὶν ἑαῖς φόρμιγγα τανύσσας
κραιπνὸν 
ἐυτροχάλοιο μέλος κανάχησεν ἀοιδῆς,
ὄφρ᾽ 
ἄμυδις κλονέοντος ἐπιβρομέωνται ἀκουαὶ
κρεγμῷ
παρθενικὴν δ᾽ ἐνοπὴν ἐβιήσατο φόρμιγξ.
 νῆα δ᾽ ὁμοῦ ζέφυρός τε καὶ ἠχῆεν φέρε κῦμα
πρυμνόθεν 
ὀρνύμενονταὶ δ᾽ ἄκριτον ἵεσαν αὐδήν.

La brezza favorevole spingeva la nave, e ben presto avvistarono            890
la splendida Antemoessa,
 isola in cui le canore sirene,
figlie dell' Acheloo
, annientavano chiunque
vi approdasse, ammaliandolo coi loro dolci canti.
La bella Tersicore
, una delle Muse, le aveva generate
dopo essersi unita all'Acheloo; un tempo erano ancelle                               895
della potente figlia di Deò, quando ancora era vergine,
e cantavano insieme con lei: ma ora apparivano in parte
simili a fanciulle nel corpo e in parte ad uccelli.

Sempre appostate su una rupe munita di buoni approdi,

avevano privato moltissimi uomini della gioia del ritorno,                        900
consumandoli nello struggimento. Anche per gli eroi
effusero senza ritegno le loro voci, soavi come gigli,
ed essi già stavano per gettare gli ormeggi sulla spiaggia:
ma il Tracio Orfeo, figlio di Eagro,
 tendendo la cetra
Bistonia con le sue mani, fece risuonare le note allegre                              905
di una canzone dal ritmo veloce, affinché il suono
sovrapposto della sua musica rimbombasse nelle loro
orecchie. La cetra vinse la voce delle fanciulle: Zefiro
e insieme le onde sospinsero
la nave, e il loro canto si fece un suono indistinto.                                        910

 

 Apollonio Rodio, Argonautiche, libro IV, 890-910,

trad. di  A. Borgogno, Milano, Mondadori, 2007, p. 277

              Museo Archeologico Romano di Positano - Particolare

Nel canto omerico rivolto ad Ulisse, le Sirene affermano di sapere tutto “quanto accade 
sulla terra che nutre tanta gente”.

Ciò che promettono di narrare è “tutto quello che nell'ampia piana di Troia patirono Argivi e Troiani per volere degli dei” (Omero, Odissea, canto XII, vv. 39-54 e 153-200).  Il loro canto riporta alla memoria dell’eroe ciò che egli stesso ha interiormente tentato di cancellare e che è per lui “perturbante”, forse in primo luogo l’accettazione della morte. Socrate, nel Cratilo platonico, insinua che nemmeno le Sirene siano sfuggite, “così come tutti gli altri”, ad un provvidenziale istinto di morte: “nessuno poi desidera davvero tornare qui (scilicet: nell’aldilà), neppure le Sirene, ma loro stesse lì sono attratte come tutti gli altri” (Platone, Kratýlos, 403e).

Già nell’antichità ci si interrogava, come attesta Svetonio, sul canto delle Sirene.

Il greco Plutarco, nelle sue Questioni conviviali, accetta la tesi di Platone ed accosta le inquietanti Sirene alle divine Muse (Plutarco, Symposiakà, libro IX, questione 14).

Il neopitagorico Giamblico e il neoplatonico Proclo affidano alle Sirene la cura della cosmica “armonia delle sfere”, associandole alle fatali Parche.

Nella letteratura latina Cicerone riscatta la figura di Ulisse e crea il mito dell’eroe assetato di conoscenza nel De finibus bonorum et malorum:


Vidit Homerus probari fabulam non posse, si cantiunculis tantus irretitus vir teneretur; scientiam pollicentur, quam non erat mirum sapientiae cupido patria esse cariorem. 

 

Omero si accorse che la leggenda non sarebbe potuta essere degna di approvazione, se si fosse ritenuto che un tale uomo venisse irretito da banali canzoni; si prometteva la conoscenza, non destava meraviglia che ciò riuscisse più caro della stessa patria ad uno desideroso di sapere. 

Marco Tullio CiceroneDe finibus bonorum et malorum,

libro primo, XVIII 49

In età augustea l'eco della malefica attrazione delle Sirene rivive ancora nei versi dell'Eneide (libro V, vv. 864-865), quando Virgilio canta


Iamque adeo scopulos Sirenum advecta subibat

difficilis quondam multorumque ossibus albos.


E già (la nave) si appressava agli scogli delle Sirene,

un tempo rischiosi e biancheggianti per le molte ossa.

Eneide, libro V, vv. 864-865)


Nel mito classico greco le sirene sono rappresentate come mostri ornitomòrfi, ossia avevano le ali come gli uccelli. 

Ulisse e le Sirene. Anfora attica a figure rosse (480-470 a.C.). British Museum Londra


Erano semidee, figlie di Acheloo, la più importante divinità fluviale della Grecia classica, o forse, come racconta Plutarco, del dio Forco, figlio di Ponto e Gea.

Omero non le descrive come esseri marini, ci dice solo che stavano ferme su un prato ad aspettare le loro prede.

Apollonio Rodio parla di creature alate in parte in forma d’uccelli, in parte di giovani donne.

Ovidio, nelle Metamorfosi, dice che hanno piume e zampe d’uccello con volti di vergini, nonché voce umana.

                                             Sala dei Vasi Greci del Museo d’Antichità Winckelmann di Trieste

Alabastron (boccetta per profumi) in terracotta dipinta 
raffigurante una Sirena ad ali spiegate.
Ceramica proto-corinzia del 625-600 a.C. (inv. 1794).


Se prima con Omero erano due, il numero delle Sirene aumenterà nel mito progressivamente. Da tre a quattro: Aglaophone o Aglape, Leucosia, Lìgeia o Molpé, poi altri nomi come Pisinoe, Raidne, Teles, Telesepeia e Telsiope.

Secondo un’altra tradizione le Sirene nacquero dalle gocce di sangue che fuoruscirono dalla ferita procurata da Eracle, il quale strappò un corno ad Acheloo.

Euripide diceva di loro che abitavano l'Ade con Persefone.

Altre versioni del mito narrano del suicidio delle Sirene dovuto al dolore per la sconfitta subita in una gara canora con Orfeo oppure le relazionano ad uno scontro con Giasone ed i suoi Argonauti.

A noi piace accogliere la versione dominante, che si è estesa nella letteratura sino ad oggi.  Tre erano le sinuose Sirene dell’arcipelago costiero: Leucosia, Ligea e Partenope. Da morte si trasformarono in scogli, dopo essere andate alla deriva tra i flutti marini tra il nostro golfo di Salerno e quello di Napoli.  


Quale fu il loro destino?

Alla prossima volta per raccontarlo.

 

(continua)


Giuseppina Severino

 

 

 








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